
Alla sessantunesima mostra biennale internazionale di Venezia, dal titolo In Minor Keys organizzata da Koyo Kouoh, espone a Palazzo Donà delle Rose, l’artista albanese Alfred Mirashi, in arte MILOT.
Il curatore Joan Abelló ha riunito le opere di 23 artisti, viventi e non più viventi, che rappresenteranno differenti paesi del mondo, dalla Guinea Equatoriale alla Cina, dalla Romania all’Italia e oltre.
Il Commissario, Paulo Speller, ha fortemente appoggiato l’iniziativa e tra i sette Paesi che partecipano, per la prima volta, alla Biennale di Arte internazionale è presente, appunto, la Repubblica della Guinea Equatoriale.

La Biennale di Venezia e la città stessa, escludendo qualsiasi forma di chiusura o di censura della cultura e dell’arte si fanno portavoce del dialogo, dell’apertura e della libertà creativa e artistica, per avvalorare la
vicinanza fra i popoli e le differenti culture, nella speranza che conflitti, guerre e sofferenze lascino posto alla fratellanza e all’unione.
Milot, artista poliedrico di grande caratura morale e professionale, incarna questa speranza con l’opera
intitolata Senza Chiave, una installazione con 30 piatti, superfici dell’attesa e del nutrimento, del diametro di 50 centimetri, sulla cui superficie sono posizionate altrettante chiavi, reliquie di un tempo in cui possedere significava entrare, delimitare, controllare, in un equilibrio sospeso e silenzioso al limite tra gesto
consueto e rito quotidiano.
Le chiavi distorte, colorate, allineate, ripetute, ordinate, sembrano non aver più la funzione primigenia: non aprono più, non chiudono più nessuna serratura, ma semplicemente esistono.
Il colore è un tratto distintivo, le delimita, funge da campo d’azione, trasformandole e sottraendole alla
materia per condurle in un mondo dove la memoria dell’oggetto ha ancora cittadinanza, ma non è più
qualcosa che si può toccare, odorare, ascoltare mentre produce suono o rumore e non ha più una precisa
funzione quotidiana, ma diviene segno ineludibile di un destino ineffabile, dilavando e dissolvendo il tempo in cui possederle consentiva di entrare in un luogo reale.

Opera esposta alla Biennale di Chengdu 2026
Al Museo d’arte moderna di Chengdu
L’opera offre un importante spunto di riflessione sull’esperienza umana e artistica di Milot, profugo, nel 1991, della prima ondata dell’esodo albanese.
Senza chiave rappresenta un’emozione, legata al ricordo infantile della casa di famiglia dove le chiavi erano un segno di appartenenza ad un nucleo affettivo e concreto; nella visione contemporanea quel nucleo si estende a etnie e culture diverse e le chiavi non sono necessarie per aprire lo spazio del vivere, ma semplicemente
‘riposano’ sul piatto che le contiene.
Le porte divengono invisibili e le serrature inesistenti, le chiavi perdono, così, peso, si svuotano, divengono
simboli di un superamento, di un’apertura al mondo contemporaneo. Una forma di libertà non più affidata ad un oggetto, ma che acquista coscienza nel pensiero, nel corpo, nel suono. Una libertà senza serrature, senza soglie, senza chiavi. Milot si muove al limite tra immaginifico e realtà, dando significati diversi all’oggetto che non trova una dimensione unica, ma è considerato di volta in volta o capace di aprire o di testimoniare
soltanto la propria esistenza.

Bozzetto per Beijing , Dragon or Key
Biografia
Dopo i successi di pubblico e critica tributatigli alla VI Biennale d’arte di Beijing, presso il museo nazionale della Capitale, ed essere stato protagonista dal 10 ottobre 2025 al 6 gennaio 2026 al Guangdong Museum of Art di Guangzhou – della mostra Rifrazione della Luce Yan Laichao & Milot, organizzata dal GDMOA e curata da Ji Shaofeng, è ora presente alla LXI esposizione internazionale di arte di Venezia.
Artista contemporaneo di respiro internazionale, nasce nel 1969 a Milot, una frazione del comune di Kurbin, nel Nord dell’Albania, terra “arida e secca” straziata dalla violenza inflitta dall’uomo contro l’altro uomo a causa dell’ideologia umana, diventata oggi terra di speranza anche grazie anche all’impegno umano e artistico del Nostro che risiede e lavora, oggi, a Firenze, ma che non ha mai dimenticato la sua città natale.
Dopo aver frequentato il Liceo artistico a Durazzo, arriva in Italia nel 1991 con il primo esodo del 6 marzo, causato dal collasso del regime comunista in Albania. Si iscrive all’Accademia di Belle Arti di Brera, dove lui stesso, in una intervista, dichiara di aver vissuto gli anni più belli e vivaci dal punto di vista artistico, e si laurea in pittura nel 1999; ottiene una borsa di studio per l’University of Art & Design di Loughborough in Inghilterra e poi viaggia alla volta del Nuovo continente, trattenendosi a New York per qualche tempo. Rientrato in Italia si stabilisce prima a Napoli e poi a Firenze dove ancora oggi vive e lavora.

Mista su tela – Biennale di Venezia
La sua arte suscita vivo interesse e mette in luce la personalità dell’artista “per certi versi vulcanico, impetuoso, ma per altri docile e sensibile. Milot vive il travaglio del sacrificio che si porta dentro, della fatica di chi ha dovuto piegarsi per aprirsi al mondo, ma nello stesso tempo gode il piacere della sua arte. Un’arte che è espressione e testimonianza di un cammino, del suo cammino, e che si manifesta nella tematica della chiave”.
Dal 2000 le sue opere ‘viaggiano’ e vengono esposte in collettive e personali in moltissime città italiane e
straniere; prima ad Otranto al Castello aragonese, poi a Milano al Museo Permanente, a Napoli al Museo del Maschio Angioino, al Palazzo Reale di Torino, è a Venezia per la rassegna “Open 14”, esposizione internazionale di scultura ed installazione a cura di Paolo De Grandis, alla galleria Tornabuoni di Firenze, e in Turchia, in Cina e ovunque il messaggio delle sue Chiavi sia in grado di aprire porte e unire popoli nel segno, sia pittorico che scultoreo, di un rapporto di umanità e fratellanza.

Le mostre a cui partecipa e i rispettivi cataloghi sono curati da noti storici e critici dell’arte contemporanea, da Francesco Poli ed Eduardo Cicelyn a Paolo Thea, da Philippe Daverio a Jean Blanchaert, da Anselmo Villata a James Genovese e Charlotte Stein, da Massimo Guastella ad Alberto Ghinzani, per citarne solo alcuni.
Premi e onorificenze si susseguono costantemente, nel 2010 Vince il “Premio alle Eccellenze” alla rassegna Napoli Cultural Classic. Durante le Olimpiadi del 2012 gli viene conferita la medaglia d’oro in pittura al Barbican Center Museum di Londra. Nello stesso anno è invitato a partecipare alla VI edizione della Biennale d’Arte
Internazionale di Beijing al Museo Nazionale di Pechino.
Nel 2015 vince il primo premio al Museo Water Cube Beijing. Nel 2016 è nominato Visiting Professor
dall’Università di Arte e Design di Shandong in Cina e, nello stesso anno, cura la sezione internazionale della VI Biennale della Fotografia di Jinan in Cina, mentre a Roma, vince il primo premio alla rassegna “Eccellenze dell’arte contemporanea” a cura di Francesco Gallo Mazzeo. L’anno successivo cura la personale del
fotografo internazionale Zeng Yi al Museo Nazionale di Tirana e nel 2020 viene nominato Direttore del DODO Art Museum di Pechino. Per tutto il primo quarto del Novecento espone dipinti e sculture in Italia e all’estero senza soluzione di continuità. A rendere ancora più efficace la sua arte sono le famose Chiavi di dimensioni monumentali, divenute un emblema, che vengono commissionate in tutto il mondo e sono realizzate e
apprezzate nei più importanti spazi pubblici.

Tra le opere pubbliche permanenti ricordiamo, nel 2017, l’installazione in acciaio corten a Cervinara, in provincia di Avellino, “una gigantesca chiave a forma di U alta 20 metri e pesante 40 quintali, che campeggia all’ingresso della cittadina irpina” come egli stesso racconta, e Chiave Rossa, in acciaio verniciato di rosso a Lizzanello, in provincia di Lecce; seguono la travagliatissima Chiave di Montevergine in acciaio corten, la Key of Today, esposta a Napoli, in Piazza Municipio nel 2023 e due anni dopo e 60 giorni di progettazione, 7 mesi di lavoro con oltre 30 operai, Albanian Key, diviene una ‘magnifica’ chiave di quasi 200 quintali in Acciaio corten che campeggia a Scutari, in Albania.
Grazie alla partecipazione a queste importantissime esperienze lavorative che lo vedono protagonista in numerose rassegne europee, e fuori dal Vecchio continente, l’artista Italo-Albanese Alfred Milot Mirashi incontra il favore della critica e dei collezionisti di altissimo livello e si caratterizza per una duttilità artistica che affascina e desta grande interesse nel mondo dell’arte.
