
Partecipare alla cerimonia inaugurale delle Olimpiadi Milano-Cortina 2026 è stato, per me, un momento di autentico orgoglio italiano.
Ho vissuto quell’evento con sguardi diversi e complementari: quello dell’artista, capace di coglierne l’estetica; quello del padre di una volontaria, colmo di emozione; quello dello sportivo, che conosce il valore della disciplina; dell’organizzatore, consapevole della complessità; e dello spettatore, semplicemente entusiasta.
È stata una vera kermesse globale di altissimo livello, un’esperienza sorprendente e diffusa, resa possibile da una tecnologia capace di far sfilare simultaneamente gli atleti da più parti d’Italia e di accendere, nello stesso istante, i due bracieri. Un simbolo potente di unità e innovazione.
Nutro troppo rispetto per il lavoro altrui e so quanta dedizione richieda una responsabilità di tale portata per soffermarmi sulle polemiche e sulle critiche che hanno animato i social nei giorni successivi. Preferisco restare a quella sera, davanti a uno spettacolo di luci, suoni e coreografie, dove ho visto convergere le fatiche e le speranze di centinaia di migliaia di persone sotto lo sguardo entusiasta del mondo intero.
Ho amato in modo particolare il video ufficiale, pubblicato anche dal Quirinale, in cui il tram di Milano guidato da Valentino Rossi conduceva il Presidente, i musicisti e le famiglie con i bambini verso San Siro. È un racconto perfetto, completo: confesso di essermi commosso.
Ho apprezzato gli ospiti internazionali e quelli italiani, l’Inno di Mameli interpretato da Laura Pausini con il suo stile inconfondibile, l’energia di Ghali, l’intervento di Charlize Theron, le coreografie, i giganteschi tubetti di colore, i tributi ai nostri grandi autori e interpreti – da Raffaella Carrà a Domenico Modugno, fino ad Adriano Celentano.
Embed from Getty ImagesPotrei dire che i personaggi di cartapesta non mi abbiano convinto del tutto, ma lo farei solo per ribadire la stima verso chi li ha pensati come omaggio a Verdi, Rossini e Puccini, comprendendone l’intenzione e il tributo.
Ho apprezzato Pierfrancesco Favino e la declamazione di una poesia che rappresentava, più di ogni altra cosa, la grandezza della nostra tradizione letteraria. I cantanti hanno cantato in playback? Poco importa. La sostanza era altrove: nell’energia collettiva, nel sentimento condiviso.
Ho amato il tricolore, nelle sue forme più dichiarate e in quelle più sottili.
Embed from Getty Images
Lo stile delle modelle, omaggio al genio di Giorgio Armani; l’eleganza del passaggio della bandiera tra la diafana Vittoria Ceretti e il corazziere: un’immagine che mi è rimasta impressa come il bacio di Hayez.
L’arte era ovunque: nei passi dei danzatori, nella sinfonia di una città che accoglie il mondo. Milano si è trasformata in un palcoscenico globale, e io mi sono sentito parte di un’opera collettiva capace di celebrare l’umanità e la sua inesauribile attitudine alla bellezza condivisa.
Ogni dettaglio – dalle scelte stilistiche alla direzione artistica – ha esaltato quei valori che rendono il nostro Paese un patrimonio del mondo. Impossibile citare tutto, ma ho percepito una cura scenica meticolosa e una puntualità impeccabile: l’organizzazione dei volontari è stata esemplare, con un inizio e una chiusura segnati da rigore e precisione.
Questa cerimonia ha reso onore alle Olimpiadi Invernali diffuse, unendo idealmente ogni angolo d’Italia. Ho particolarmente apprezzato il discorso del Presidente Malagò: alcuni passaggi, a mio avviso, dovrebbero essere ascoltati nelle scuole. In quelle parole – come nell’intera serata – ho ritrovato i valori in cui credo e che rendono grande il nostro Paese.
“La bellezza italiana non ci appartiene, ci è stata affidata dalla storia come responsabilità: è più di un valore estetico, è un’energia.”
“La tradizione non è il culto delle ceneri, ma la custodia del fuoco.”
