
C’è un momento, nel percorso di ogni artista, in cui il confine tra vita e scena smette di esistere. È lì che nasce URAGANO, il monologo scritto e interpretato da Caterina Paolinelli, ispirato a L’Uragano di Alexandr N. Ostrovskij, coprodotto da Armunia / Castiglioncello, con la collaborazione di Matteo Cecchini, Massimiliano Ferrari, Valerio Ameli e Caterina Simonelli. Sarà possibile vederlo il 20 Febbraio alle 21 Teatro La Venere di Savignano sul Panaro.
URAGANO non è solo uno spettacolo teatrale. È un attraversamento. Un corpo a corpo tra un’attrice e un personaggio, tra una donna contemporanea e un’eroina tragica dell’Ottocento, tra ciò che siamo e ciò che ci viene chiesto di essere.
Attrice e personaggio: uno specchio che diventa ferita
In scena c’è Caterina, l’attrice, che si ritrova improvvisamente sola nel tentativo di mettere in piedi L’Uragano. Mancano i fondi, mancano i sostenitori, mancano i protettori. Una condizione tristemente attuale, soprattutto quando l’artista è una donna. Caterina non arretra. Non chiede appoggi che non sente suoi. Decide di fare ciò che conosce meglio: entrare in scena e creare.
Ed è così che prende forma il dialogo con Katerina Kabanova, protagonista della tragedia di Ostrovskij. Un confronto che ricorda, per struttura e spirito, l’operazione di Al Pacino in Looking for Richard: l’attrice che cerca il personaggio, lo interroga, lo smonta e lo reincarna, attraversando gli esercizi del Metodo Strasberg.
Katerina Kabanova diventa il doppio, la nemesi, l’ombra. Una donna intrappolata in un matrimonio sterile, sessualmente insoddisfatta, schiacciata da una morale sociale che non le concede scampo. Nella Russia del 1859, l’unica via di fuga sembra l’amore adulterino. Ma anche quello è destinato al fallimento. E la scelta finale è estrema: la morte come unico atto di libertà possibile.

Libertà, corpo, desiderio
URAGANO affronta senza sconti il tema della libertà femminile, del diritto di vivere il corpo, il sesso, l’amore senza essere giudicate, represse o annientate. Temi antichi, eppure drammaticamente attuali.
Ma il monologo non si ferma alla denuncia. Attraverso un registro ironico, a tratti parossistico, e momenti di forte intensità emotiva, Caterina Paolinelli porta il pubblico dentro un processo creativo vivo, aperto, quasi confessionale. Qui il teatro diventa luogo di verità.
Alla morte di Katerina Kabanova corrisponde, simbolicamente, la rinascita dell’attrice-donna. Una resurrezione laica, profonda, che parla di valore personale, di consapevolezza, di identità che non coincide con ciò che ci accade.
Una spiritualità che non ha nome
C’è in URAGANO una dimensione spirituale forte, ma non religiosa. È una spiritualità legata all’esperienza femminile, alla capacità di generare, sentire, trasformare. Un sentire che attraversa i generi e tocca uomini e donne, perché le emozioni raccontate appartengono all’esperienza umana nella sua essenza: amore, solitudine, desiderio di essere visti, bisogno di libertà.
Si ride, si riflette, ci si alleggerisce. Per un po’, si respira.
Caterina Paolinelli: un’attrice che vive di arte
Attrice toscana, Caterina Paolinelli possiede una predisposizione naturale alla recitazione e una rara capacità di connessione profonda con i personaggi che interpreta. Non li rappresenta: li attraversa, fino a diventarli.
Pur essendo giovane, ha alle spalle una carriera lunga e articolata che spazia tra teatro, cinema e televisione. Vive di arte e si nutre di essa, con una dedizione totale e una fede incrollabile nel proprio lavoro. URAGANO segna per lei un punto di svolta: il primo progetto in cui affronta apertamente il passaggio da ragazza a donna, da interprete a creatrice consapevole.
Un uragano necessario

URAGANO è uno spettacolo sincero, coraggioso, profondamente umano. Mette al centro la donna in tutte le sue sfaccettature, senza edulcorazioni né compromessi. È un lavoro che parla soprattutto al pubblico femminile, ma che riesce a toccare il cuore di chiunque sia disposto ad ascoltare.
Perché, come ogni vero uragano, non distrugge soltanto.
Spazza via il superfluo e lascia spazio a ciò che conta davvero.
In URAGANO metti in scena un confronto diretto tra te attrice e Katerina Kabanova: cosa ti ha costretta, artisticamente e umanamente, a guardarti così a fondo?
Come ha scritto la critica Sandra Balsimelli di Gufetto Mag nel 2019, in URAGANO c’è un “canone a tre” di tre Caterina: Kabanova (il personaggio), Kate (l’attrice che fa la ricerca) e Caterina, cioè io. Il gioco è nato proprio dalla coincidenza del nome. Quando ho incontrato L’Uragano di Ostrovskij mi divertiva che questa eroina tragica avesse il mio nome, o io il suo.
Il mio interesse per l’eroina tragica, però, viene da più lontano. Già dal 2012 stavo lavorando su una figura che avevo chiamato “Santa Sofferenza”. Mi interrogavo su perché queste donne venissero sempre rappresentate come sopraffatte dall’amore, incapaci di vivere senza tormentarsi. In parte mi piaceva anche pensare di essere così, mi sono crogiolata anch’io in quel personaggio nella vita.
Quell’esplorazione è poi sfociata in URAGANO, che considero un organismo vivo, un work in progress destinato a mutare insieme a me, finché vivrò.
Quanto della tua esperienza di donna contemporanea ha influenzato la rilettura di un personaggio femminile dell’Ottocento?
Moltissimo. La prima cosa che ho messo in discussione è stata proprio la rappresentazione che Ostrovskij, uomo dell’Ottocento, fa di Katerina.
Katerina vede Boris per pochi minuti in una piazza e subito si parla di amore. Ma come si può definire amore qualcosa che nasce da uno sguardo fugace, senza nemmeno uno scambio di parole? Quello che lei prova è un turbamento erotico e sessuale.
La sua vita coniugale è una tomba: il marito la chiama “sorellina”, ha problemi con l’alcol, e si intuisce un’assenza — o comunque una forte carenza — di intimità. Katerina probabilmente non ha mai conosciuto il piacere.
Nel mio URAGANO il percorso che facciamo insieme è quello della sua liberazione sessuale. Il sesso piace anche alle donne. Poi, certo, le nostre strade divergono — ma per scoprire come bisogna vedere lo spettacolo.
Il tema della libertà – del corpo, del desiderio, della scelta – attraversa tutto lo spettacolo: oggi, secondo te, quanto spazio reale ha una donna per essere davvero libera?
Sto leggendo in questi mesi saggi femministi che mi stanno facendo molto bene. Uno è Il mostruoso femminile di Jude Ellison Sady Doyle, l’altro è Manuale per ragazze rivoluzionarie di Giulia Blasi. Mi stanno confermando intuizioni che ogni donna, nel suo intimo, conosce da sempre.
La grande (non) rivelazione è che il sesso ci piace. E ci piace farlo. Ma molte di noi — almeno fino alla generazione nata negli anni ’90 — sono state educate come piccoli gigli candidi, da concedersi solo dopo un certo rituale al “Mr Right”.
Questa visione, oltre a essere falsa, mette il piacere femminile in una posizione di subordinazione. Una donna sessualmente libera viene ancora giudicata con termini dispregiativi; un uomo, invece, è un libertino, un Don Giovanni — spesso con un’ombra di ammirazione.
Credo che il percorso di autodeterminazione femminista che auguro a ogni donna debba coinvolgere anche gli uomini. È necessario evolvere insieme.
Mostri al pubblico il processo creativo dell’attrice nell’attrice: quanto è necessario, per te, vivere prima di poter creare?
Non è sempre necessario sperimentare tutto in prima persona. Il lavoro dell’attore si nutre anche di immaginazione, osservazione e costruzione interiore.
Ho interpretato donne molto diverse da me, anche figure realmente esistite come Iris Versari, partigiana. In quei casi il percorso è fatto di studio, rispetto e avvicinamento.
In URAGANO è stato diverso. Ho scritto io il testo attraverso un processo di scrittura scenica nato da improvvisazioni. Ho mescolato materiale personale con la ricchezza del testo di Ostrovskij, un drammaturgo straordinario che in Italia è stato portato in scena pochissimo.
Qui vita e creazione si sono intrecciate in modo molto più diretto.
Alla fine di URAGANO cosa resta di Caterina Paolinelli, come artista e come donna?
“Resta” forse non è la parola giusta, perché sembra togliere qualcosa. URAGANO è un viaggio che parte da tre e arriva a uno. Alla fine è Caterina Paolinelli che cuce insieme tutti i pezzi.
Noi donne siamo spesso frammentate in ruoli: madre, santa, puttana, la donna in carriera, la stronza, la fragile. La società patriarcale ci assegna etichette che ci fanno sentire sempre mancanti di qualcosa.
In URAGANO ho trovato l’opposto: ogni donna è già tutto insieme. Non manca nulla. È l’idea di dover scegliere un ruolo a renderci incomplete.
