
Tra ombre poetiche, scenari surreali e una sensibilità artistica fuori dagli schemi, il fotografo cubano indipendente Pablo Moreira costruisce immagini che sembrano sospese tra sogno e memoria. La sua arte non si limita a fotografare la realtà: la trasforma, la reinventa, la rende profondamente emotiva.
Con uno stile fine art dal forte impatto visivo, Pablo dà vita a composizioni intense, teatrali e simboliche, dove ogni dettaglio dai costumi al trucco, dalla luce alla costruzione della scena nasce da una visione personale e autentica. La sua fotografia diventa così un linguaggio intimo, capace di raccontare fragilità, identità e bellezza non convenzionale.
La consacrazione internazionale arriva anche con la campagna realizzata per il brand Rocco Barocco, esposta negli aeroporti di Roma Fiumicino Leonardo da Vinci e Milano Malpensa: un progetto potente e visionario, interpretato unicamente da sua nonna, musa assoluta e simbolo di una poetica che rompe gli stereotipi estetici contemporanei.
Attraverso il progetto Poema, Pablo Moreira trasforma sua madre e sua nonna in figure eterne, costruendo un universo visivo dove arte, memoria e sentimento convivono in perfetto equilibrio. Ogni immagine è un frammento della sua storia personale, ma anche un invito universale a guardare oltre l’apparenza.
In questa intervista, Pablo ci accompagna nel suo mondo interiore, raccontando le radici della sua sensibilità creativa, il significato profondo della sua arte e i sogni che ancora desidera realizzare.

Come influenzano la tua fotografia le atmosfere, i colori e le storie della tua terra?
“Nella mia fotografia, le atmosfere, i colori e le storie della mia terra non funzionano come un riferimento letterale, ma come una presenza emotiva che si filtra silenziosamente in tutto ciò che faccio. Sono di Cuba, un luogo dove luce e ombra convivono con un’intensità molto particolare. Questa dualità mi ha segnato profondamente, non solo a livello visivo, ma anche nel modo in cui percepisco il mondo.
Tuttavia, la mia opera non cerca di documentare la realtà, bensì di reinterpretarla. Lavoro con un’estetica fine art con forti influenze del surrealismo, costruendo immagini pittoriche, oscure e deliberatamente ambigue. Mi interessa più suggerire che spiegare, aprire domande invece di offrire risposte.
Per questo il discorso visivo nel mio lavoro è sottile: si nasconde nei simboli, nelle atmosfere dense e nei silenzi all’interno dell’immagine. Cuba è presente nella mia opera non come tema esplicito, ma come memoria emotiva. I suoi contrasti, il suo peso storico e la sua intensità quotidiana si trasformano in strati invisibili che alimentano il mio linguaggio visivo. È un’influenza che non ho bisogno di mostrare in modo ovvio, perché abita già nel modo in cui vedo, compongo e sento ogni immagine.”
Quando hai capito che la fotografia sarebbe diventata il linguaggio ideale per esprimere il tuo mondo interiore?
“Dicono che l’arte più autentica nasca negli estremi: dal dolore più profondo o da una felicità impossibile da spiegare. È in quei momenti che un artista raggiunge il suo massimo livello di sensibilità e creatività.
La mia vita è stata una montagna russa emotiva. Ci sono giorni in cui mi sento in cima, ispirato e pieno di speranza, e altri in cui tutto sembra crollare. Porto la mia realtà in un terreno tutto mio, utopico, attraverso la mia arte, che è il mio rifugio sacro e il mio mondo interiore.
Voler essere artista nel mio paese è stata una sfida costante. Non solo per i limiti esterni, ma per la lotta interna di non lasciare che le difficoltà spengano la sensibilità, la passione e il desiderio di creare. Eppure sono ancora qui, credendo nell’arte come rifugio, come resistenza e come il modo più onesto di rimanere vivo.”

Come è nata questa idea e quale significato emotivo e artistico ha per te?
“Quest’idea è nata apparentemente per caso, anche se oggi so che era destino.
La serie Poema, con protagoniste mia madre e mia nonna, ha segnato un prima e un dopo nel mio sviluppo come artista. È stato il momento in cui ho capito che tipo di arte mi attraversa davvero, quali processi creativi risvegliano in me un’emozione profonda: costruire scenari, disegnare costumi, lavorare il trucco e poi catturare, attraverso la fotografia, emozioni e personaggi che sembrano sospesi tra il reale e l’immaginato.
A livello professionale è stato un punto di svolta; a livello personale, un’opera irripetibile. È la mia storia raccontata attraverso le due donne che ho amato di più nella vita. Muse involontarie che, senza volerlo, si sono trasformate in arte.”

Tua madre e tua nonna sono diventate autentiche muse. Cosa riescono a trasmettere davanti all’obiettivo che difficilmente troveresti in una modella professionista?
“Ispirazione infinita e traboccante: ore irripetibili a creare arte con una certezza rara e potente, quella di stare costruendo qualcosa che, secondo le mie aspettative, non ammette errori.”
La tua campagna per Rocco Barocco è stata esposta negli aeroporti di Roma Fiumicino Leonardo da Vinci e Milano Malpensa. Che emozione hai provato?
“Non posso negare di aver sentito che tutto lo sforzo era valso la pena. Ho rivisto quel Pablo giovane, pieno di sogni che sembravano lontani, e ho provato un profondo orgoglio per il fotografo che tante volte era stato sottovalutato e sminuito.
La mia maggiore soddisfazione è stata che mia nonna fosse l’unica modella della campagna, e che tutta la direzione artistica portasse completamente la mia firma. Sono orgoglioso di aver creato quest’opera da solo: direzione creativa, fotografia, costumi, trucco, acconciatura, illuminazione e costruzione del paesaggio. Ogni dettaglio è nato da me, senza concessioni, come un’affermazione silenziosa della mia visione.”

Il tuo percorso dimostra una creatività poco convenzionale, un vero genio puro. Da dove nasce questa capacità?
“Prima di tutto, ringrazio profondamente per questo elogio alla mia opera. La mia capacità di trasformare idee apparentemente semplici in arte nasce da un’ambizione costante di superamento e da un bisogno ricorrente di costruire un discorso visivo che vada oltre l’evidente.
Non cerco solo di creare immagini, ma di aprire porte. Invito lo spettatore ad addentrarsi nel mio universo, a percorrerlo senza fretta e a cercare, in quel tragitto, di connettersi con le mie emozioni e abitare il mio mondo attraverso la propria sensibilità.
Credo che questo sia, in sostanza, il mio modo più onesto di comunicare: dire tutto senza bisogno di parlare.”
Che importanza ha per te raccontare la bellezza autentica e poco convenzionale?
“Per me, la bellezza non è un canone, è uno sguardo. La mia opera nasce proprio dal mettere in discussione ciò che è stabilito: prendere ciò che molti non considererebbero ‘bello’ e rivelarne la forza, la presenza e la verità.
Lavoro con un’estetica diretta, a volte cruda — non cerco di mascherare, ma di amplificare identità che sono già potenti di per sé. Mi interessa la bellezza che non chiede permesso. Quella che non si adatta, che disturba, che non è stata validata dagli standard tradizionali.
Perché è lì, proprio lì, che trovo ciò che c’è di più onesto nell’essere umano.”

Essere fotografo indipendente ti permette grande libertà. Quanto conta seguire solo la tua visione artistica?
“Per me, creare non è una ricerca di approvazione, ma un processo intimo di onestà. La vera soddisfazione non sta nell’adattarsi a ciò che piace alla società, ma nel sostenere un’opera che risponde alle mie esigenze come creatore, anche quando sfida le aspettative o non cerca di piacere.
Mi interessa più la coerenza interna del mio linguaggio artistico che la validazione esterna. Se l’opera nasce da un luogo autentico, ha già raggiunto il suo scopo, indipendentemente da come viene accolta.
Alla fine, il mio impegno più grande non è verso lo spettatore, ma verso la mia stessa verità creativa.”
Quali artisti o esperienze hanno influenzato maggiormente il tuo stile?
“Mi identifico profondamente con il mondo interiore di Francisco Goya e le sue Pitture Nere, con la mente inquieta e visionaria di Leonardo da Vinci e i suoi schizzi, e con la forza onirica del surrealismo di Leonora Carrington, Leonor Fini e Salvador Dalí.
Mi colpisce anche l’intensità emotiva de L’urlo di Edvard Munch e la sensibilità unica di Fidelio Ponce de León.
Tuttavia, al di là di tutte queste influenze, le mie esperienze personali rimangono il linguaggio più onesto e diretto per costruire e raccontare la mia realtà.”

Dopo i riconoscimenti internazionali, quali sogni vuoi ancora realizzare?
“Sono profondamente grato all’universo, e anche al mio stesso impegno e costanza, per tutto ciò che ho raggiunto finora. Tuttavia, sento che non ho ancora raggiunto nemmeno la metà delle mie ambizioni professionali.
Il mio desiderio è portare la mia opera oltre i miei confini: esporre all’estero ed espandere il mio linguaggio artistico a livello globale, affinché nuovi sguardi scoprano il mio mondo.
Il mio sogno più grande è pubblicare un libro fotografico della serie Poema, dove ogni immagine sia accompagnata dalla sua storia, dai suoi dettagli e dalle esperienze che l’hanno resa possibile, dando voce anche alle mie muse e all’esperienza intima che abbiamo condiviso in quel processo creativo.