
Un’energia silenziosa che lo rende riconoscibile, anche nella folla. Presente in numerosi eventi legati al mondo della moda, emerge con naturalezza grazie al suo charme misurato, all’educazione e a un modo di porsi sempre rispettoso dei contesti e delle persone.
Da ragazzo aveva un sogno: entrare nel mondo della moda.
Non è accaduto subito. Ci sono voluti tempo, pazienza, maturità.
Ma come lui stesso sostiene, tutto accade quando deve accadere.
I social hanno rappresentato un nuovo punto di partenza, ma sono stati la tenacia, la professionalità e una forte identità personale a portarlo a vestire capi di alta sartoria per brand nazionali e internazionali. Oggi Antonio Marangon è un volto riconosciuto, credibile, meritato.
Abbiamo parlato più volte di persona. La sua storia non è solo interessante:
è una di quelle che vale la pena raccontare.
INTERVISTA – ANTONIO MARANGON
Hai iniziato la carriera di modello in età adulta. Cosa ti ha spinto a rimetterti in gioco proprio in quel momento della tua vita?
Da giovane avevo già provato ad avvicinarmi al mondo della moda come fotomodello, ma parliamo degli anni ’80: non esistevano i social e il percorso era molto più rigido. Bisognava trasferirsi a Milano, entrare in agenzie strutturate e, nel mio caso, l’altezza non rientrava nei canoni richiesti all’epoca.

Con l’arrivo dei social tutto è cambiato. In età adulta ho aperto un profilo Instagram come content creator, inizialmente per raccontare e promuovere abbigliamento e oggettistica maschile. A un certo punto ho deciso di mettermi in gioco davvero, mostrandomi in prima persona. È stato un passaggio naturale: unire esperienza, identità e comunicazione, senza più limiti imposti dall’età o da schemi prestabiliti.
Qual è stata l’emozione più forte la prima volta davanti all’obiettivo, sapendo di non seguire un percorso “convenzionale”?
All’inizio non c’è stata un’emozione travolgente. Le prime foto erano scatti semplici, quasi amatoriali, pensati per il mio profilo da content creator. Non c’era la pressione di un set strutturato, solo la voglia di raccontare uno stile in modo autentico.
L’emozione vera è arrivata più avanti, con la televisione. Partecipare al programma “99 da battere” su Rai 2, condotto da Max Giusti, è stato il momento in cui ho percepito davvero il peso e il fascino delle telecamere. Lì ho capito che quello che era nato in modo spontaneo stava assumendo una dimensione completamente nuova.
In che modo il tempo, inciso sul tuo volto e sul tuo corpo, è diventato parte della tua forza espressiva?
Se confronto le foto di quando ero più giovane con quelle di oggi, è evidente che il tempo sia passato. I lineamenti sono cambiati, si sono fatti più maturi, ma anche più interessanti.
Non parlo di bellezza in senso classico, perché non è quello il punto. Con il tempo arrivano profondità, sfumature, una presenza diversa davanti all’obiettivo. Il volto e il corpo raccontano una storia, ed è proprio questo che oggi diventa fascino: qualcosa che non è costruito, ma vissuto.
Cosa racconta di te uno scatto ben riuscito, oltre l’estetica?
Uno scatto riuscito racconta molto più del risultato finale. Racconta il lavoro che c’è dietro: l’impegno, la preparazione, la ricerca.
Per arrivare a una buona foto servono le luci giuste, un set pensato, le persone giuste e una visione condivisa. L’immagine che si vede è solo l’ultimo passaggio di un processo fatto di scelte, attenzione e professionalità. È questo che dà valore reale a uno scatto, non solo l’estetica.
Come definiresti oggi il tuo stile personale: istinto, esperienza o consapevolezza?
Oggi direi che il mio stile nasce da un equilibrio tra tutte e tre queste componenti.
L’istinto è stato il punto di partenza, l’esperienza mi ha aiutato ad affinare le scelte e, insieme, mi hanno portato a una maggiore consapevolezza.

So cosa mi rappresenta, cosa funziona su di me e cosa racconta meglio la mia identità. Non è qualcosa di costruito a tavolino, ma il risultato di un percorso.
Pensi che la moda si stia aprendo a una nuova idea di bellezza maschile adulta?
Sì, lo penso. Lo si percepisce osservando ciò che ci circonda. Le generazioni più giovani spesso danno meno valore all’abbigliamento come espressione personale, tendendo a un’estetica più omologata.
L’uomo adulto, invece, porta con sé esperienza, gusto e attenzione ai dettagli. La moda sta intercettando questa esigenza, valorizzando personalità, carattere e vissuto, più che una bellezza acerba o standardizzata.

Nel tuo ruolo di modello senti una responsabilità nel trasmettere autenticità?
Non la vivo come una responsabilità imposta. Cerco semplicemente di trasmettere un punto di vista, un modo personale di interpretare la moda.
Chi mi segue è libero di prendere ciò che sente vicino a sé, oppure no. Per me l’autenticità sta proprio in questo: mostrarmi per quello che sono, senza la pressione di dover rappresentare un modello obbligato.
Quanto contano equilibrio emotivo e maturità interiore nel tuo lavoro quotidiano?
Contano moltissimo. Devono convivere in un equilibrio costante.
Senza equilibrio emotivo manca la lucidità, senza maturità interiore manca la profondità.
Quando queste due dimensioni si bilanciano, il lavoro acquista valore, coerenza e continuità.
Quali territori creativi senti di voler esplorare nel prossimo futuro?
Negli anni ho avuto modo di sperimentare diversi ambiti: televisione, moda, passerelle, video musicali. È stato un percorso intenso e formativo.
Oggi non mi pongo limiti rigidi né obiettivi preconfezionati. Preferisco cogliere le opportunità che arrivano e affrontarle con serietà e rispetto, cercando di dare il massimo in ogni progetto.
Che messaggio vorresti lasciare a chi pensa che “non sia più il tempo giusto” per inseguire un sogno?
Non bisogna mai mollare. È importante avere obiettivi, ma anche realismo: conoscere i propri limiti e rispettarli fa parte del successo.
Non esiste un’età giusta o sbagliata per inseguire un sogno. Quello che conta è arrivare fino al proprio limite, e farlo nel modo migliore possibile. Il tempo c’è sempre, se si sa come usarlo.
