
Esiste un filo sottile, ma indistruttibile, che lega l’affresco rinascimentale alla precisione dell’Haute Couture. Elena Vollmann abita esattamente in questo spazio di intersezione. Con un percorso che attraversa le steppe del Kazakistan, il rigore tecnico della Russia e la luce artistica di Firenze, la Vollmann non si limita a disegnare abiti: li dipinge sulla pelle della contemporaneità.
La sua è una moda che non segue il ciclo effimero dei trend, ma si nutre di una preparazione tecnica d’eccezione — frutto di due lauree e una maestria artigianale rara — dove ogni tessuto diventa tela e ogni ricamo un segno grafico. In questa intervista, l’artista ci svela come trasforma il concetto di upcycling in una nuova forma di “Haute Couture consapevole”, dove l’eccellenza della materia e l’emozione del colore superano la logica del logo per abbracciare quella del pezzo unico.


Dalla formazione in Haute Couture in Russia alla pittura a Firenze: quando hai compreso che l’arte figurativa sarebbe diventata il centro della tua ricerca?
Ho sempre desiderato diventare una stilista, ma il mio percorso mi ha portata a esplorare profondamente le tecniche artistiche e l’artigianato già durante i miei studi in Kazakistan. Successivamente, ho completato la mia formazione in fashion design in Russia e seguito un percorso specialistico a Zurigo. Per me, l’arte e la moda sono inseparabili; l’una non può esistere senza l’altra. L’arte richiede gusto, talento e senso del colore, elementi che porto in ogni mia creazione. A Firenze, questo legame si è consolidato: ho realizzato mostre d’arte contemporanea e vinto premi, creando installazioni che dialogano costantemente con il mondo del tessile.
La tua esperienza nella tecnica dell’affresco e nella conoscenza dei materiali influenza oggi anche il tuo concetto di moda. In che modo arte e fashion dialogano nel tuo percorso creativo?
L’affresco mi incanta perché rappresenta una sintesi perfetta tra opera d’arte, talento e una maestria artigianale superba. Lavoro spesso su murales in stile classico per commissioni private, e questa disciplina nutre la mia moda. Creare un abito richiede la stessa immaginazione e lo stesso rigore tecnico di un dipinto. Da anni creo capi unici per me e per chi desidera distinguersi, portando la qualità e la cura del dettaglio tipiche dell’arte nel guardaroba quotidiano.


Il tuo concetto di upcycling supera l’idea di semplice riciclo. Come trasformi un capo esistente in un oggetto di valore superiore, sia estetico che concettuale?
Per me, rifare un vestito è esattamente come creare un nuovo dipinto. Non è un semplice recupero, ma un investimento di conoscenze artistiche ed emozioni. Ogni pezzo diventa un’opera unica in cui posso far riflettere la primavera, l’atmosfera di una città o un sentimento come l’amore. Lavorare con l’upcycling è paradossalmente più complicato che partire da zero: richiede una dose maggiore di immaginazione perché devi integrare elementi esistenti e sperimentare nuove forme.
Brand internazionali come Balenciaga, Marni, Etro e Coach stanno integrando l’upcycling nelle loro collezioni. Cosa distingue il tuo approccio artistico da quello dei grandi marchi del lusso?
La differenza fondamentale è la priorità: i grandi brand integrano l’upcycling all’interno di una strategia di marchio prestabilita. Per me, il brand non conta. Ciò che conta è esclusivamente la qualità intrinseca: la nobiltà del tessuto, la precisione del ricamo e la qualità complessiva della fattura. Il mio è un approccio centrato sull’oggetto e sulla sua anima, non sul logo.


L’upcycling è spesso legato alla sostenibilità, ma nel tuo lavoro sembra assumere anche una dimensione poetica. Che valore simbolico attribuisci al riutilizzo di un capo con una storia precedente?
Come dicevo, ogni capo è un contenitore di emozioni. Il valore simbolico risiede nella possibilità di trasformare la storia precedente in un nuovo linguaggio visivo. È una sfida creativa che permette di infondere vita nuova a materiali che hanno già un vissuto, rendendoli veicoli di messaggi poetici e personali.
Hai vissuto tra Kazakistan, Russia, Zurigo e Firenze. Quanto influiscono queste geografie culturali sulla tua estetica e sulla tua visione della moda contemporanea?
La mia estetica è una combinazione organica di Europa e Asia. Porto con me il rigore e la tecnica russa, la pulizia svizzera, il calore e l’artigianato asiatico e, naturalmente, l’eredità artistica ineguagliabile di Firenze. Questa mescolanza mi permette di guardare alla moda con un occhio globale e multiculturale.


Guardando al futuro, immagini l’upcycling come una tendenza passeggera o come una nuova forma di Haute Couture consapevole e permanente?
Sono convinta che non sia una moda passeggera. Penso fermamente che l’upcycling rappresenti una nuova forma di moda consapevole e sostenibile. È il futuro di un lusso che sceglie di essere etico senza rinunciare all’unicità e alla bellezza dell’alta sartoria.



