
Quando l’attaccamento alla propria terra non è nostalgia ma visione, l’arte diventa racconto. Diventa luogo. Diventa esperienza sensoriale.
Gianluca Lo Paro riesce in questo intento, con precisione, dedizione e passione.
Nelle sue creazioni non si osserva semplicemente una borsa: si attraversa un paesaggio. Si avverte il riflesso dorato di una Palermo barocca, si percepisce il respiro salmastro del Mediterraneo, si riconosce la disciplina formale appresa a Parigi. È un dialogo continuo tra memoria e costruzione, tra istinto e progetto.
La collezione è sofisticata, colta, autentica. Ogni pezzo custodisce una tensione poetica ma anche una struttura rigorosa. È qui che la materia si fa linguaggio e il design diventa dichiarazione identitaria.
Abbiamo incontrato il designer per farci raccontare l’anima profonda di questa ricerca.
La sua collezione esprime una forte identità mediterranea: come si traduce questo immaginario in scelte materiche, cromatiche e strutturali nelle sue borse?
L’identità mediterranea non è per me un’estetica, ma una memoria viva. Si traduce in bronzo lavorato come fosse un gioiello antico, in sete e tessuti preziosi che evocano i corredi siciliani, in cromie che richiamano il blu profondo del mare, il verde delle maioliche, l’oro del sole. Strutturalmente, le borse nascono da un telaio scultoreo che non è solo sostegno ma racconto: richiama balconi barocchi, conchiglie, linee sinuose che sembrano mosse dal vento salmastro. È un Mediterraneo colto, potente, identitario.

“Canto delle Sirene” è stata definita più un’opera d’arte che un accessorio: qual è stata l’ispirazione simbolica e concettuale dietro questa creazione?
“Canto delle Sirene” nasce dal mito e dalla seduzione come forza creativa. Le sirene, nel mio immaginario, non sono creature pericolose ma custodi di bellezza e conoscenza. Ho voluto trasformare la borsa in un oggetto simbolico: un richiamo magnetico, un canto silenzioso che attrae chi sa riconoscere l’arte. Il telaio diventa quasi un’onda cristallizzata, il tessuto il mare che la attraversa. È un dialogo tra desiderio e disciplina, tra istinto e costruzione.
Il telaio scultoreo in bronzo dialoga con il tessuto in modo quasi architettonico: quanto conta per lei il rapporto tra struttura e materia nel design di una borsa?
È fondamentale. Io parto sempre dalla struttura. Il telaio è l’ossatura, la parte eterna, quasi monumentale. Il tessuto è la pelle, l’emozione, il respiro. Senza equilibrio tra queste due dimensioni non esiste armonia. La mia formazione mi porta a pensare in modo architettonico: ogni curva ha una funzione, ogni vuoto è studiato. La materia deve seguire la struttura, ma allo stesso tempo ammorbidirla. È un dialogo continuo.

Nato a Palermo e formatosi anche a Parigi, come convivono nella sua estetica la ricchezza barocca siciliana e l’eleganza dell’Art Nouveau francese?
Palermo mi ha dato l’eccesso, la teatralità, la luce dorata del barocco. Parigi mi ha insegnato la misura, la linea, la disciplina del dettaglio. Nell’Art Nouveau ho ritrovato quella sensualità della curva che appartiene anche al barocco siciliano, ma resa più fluida, più raffinata. Le mie borse sono il punto d’incontro: opulente ma controllate, ricche ma mai gridate.
La sua recente scelta di firmare le creazioni con il proprio nome appare come una dichiarazione identitaria: cosa rappresenta per lei questo passaggio?
Firmare con il mio nome è un atto di responsabilità e verità. Significa espormi senza filtri, mettere la mia storia, le mie radici e la mia visione al centro. È una scelta di maturità creativa: non nascondermi dietro un concetto, ma assumermi pienamente la paternità di ciò che creo. È identità, ma anche promessa di coerenza.
In un mercato dominato da logiche veloci e seriali, quale ruolo attribuisce oggi all’artigianalità e alla lentezza del gesto creativo?
L’artigianalità è un atto quasi rivoluzionario. La lentezza è lusso autentico. Ogni telaio richiede tempo, ogni lucidatura in ottone è un gesto ripetuto con cura. Credo che oggi il vero valore sia nel pezzo unico, nell’imperfezione controllata, nella mano dell’uomo che lascia traccia. Non inseguo la serialità: inseguo la permanenza.

Guardando al futuro, come immagina l’evoluzione del suo linguaggio stilistico tra arte, design e accessorio di lusso contemporaneo?
Immagino un linguaggio sempre più ibrido. Le mie borse diventeranno sempre più oggetti di confine tra scultura e funzione, tra arte e moda. Voglio ampliare la ricerca sui materiali, esplorare nuove contaminazioni culturali senza perdere il cuore mediterraneo. Il futuro per me non è cambiare identità, ma approfondirla.
Perché credo profondamente che la bellezza, quando è autentica, abbia ancora la forza di lasciare un segno nel tempo.