Ismaila Jallow è il simbolo concreto di cosa significhi trasformare la propria vita attraverso determinazione, visione e coraggio.

La sua è una storia che parte dal Gambia e attraversa il mare, passando per difficoltà reali, sacrifici e rinascita.
Arrivato in Italia anni fa con un viaggio estremo, ha vissuto nei centri di prima accoglienza e ha iniziato dal punto più basso, costruendo passo dopo passo il proprio futuro. Oggi Ismaila è uno stilista affermato, un imprenditore e un padre presente, capace di portare le sue creazioni sulle passerelle più importanti a livello internazionale.
Ma ciò che colpisce davvero non è solo il successo, bensì l’anima che lo accompagna: autentica, profonda, resiliente. Fin dal primo incontro, ho percepito in lui una connessione rara, fatta di umanità e verità.
La sua storia è una testimonianza potente: la vita può essere dura, ma può anche essere riscritta.


Ismaila, la tua storia parte dal Gambia e arriva a Milano. Qual è stato il momento in cui hai capito che la moda sarebbe diventata il tuo linguaggio?
Credo che non sia stato un singolo momento, ma un processo. Crescendo in Gambia, osservavo i colori, i tessuti, il modo in cui le persone si esprimevano attraverso gli abiti. Ma è stato durante il mio viaggio, lasciando il mio paese e affrontando tante difficoltà, che ho capito che avevo bisogno di un linguaggio universale per raccontare la mia storia. La moda è diventata quel linguaggio: qualcosa che mi permetteva di trasformare esperienze, emozioni e identità in qualcosa di visibile.
Il nome del tuo brand, YOULTY, significa “sopravvissuto”. Quanto della tua esperienza personale vive nelle tue creazioni?
YOULTY è completamente legato alla mia vita. Non è solo un nome, è una dichiarazione. Ogni capo racconta una parte del mio percorso: le sfide, la resilienza, la forza di andare avanti. Quando creo, penso sempre a cosa significa sopravvivere non solo fisicamente, ma anche emotivamente e culturalmente. Le mie collezioni sono una testimonianza di questo.


Il tuo percorso ti ha portato a studiare alla Nuova Accademia di Belle Arti. In che modo la formazione a Milano ha influenzato la tua visione stilistica?
Milano mi ha dato struttura. Se il Gambia mi ha dato l’anima, Milano mi ha dato gli strumenti per esprimerla. Alla NABA ho imparato a sviluppare un pensiero critico, a costruire una collezione con coerenza e a vedere la moda anche come sistema, non solo come espressione artistica. Questo equilibrio tra istinto e tecnica è diventato fondamentale nel mio lavoro.
Le tue collezioni fondono tradizione africana e stile italiano. Come nasce questo dialogo tra due culture così ricche?
Nasce in modo naturale, perché io sono il punto d’incontro tra queste due culture. Non cerco di forzare questa fusione: semplicemente accade. I tessuti, i colori e i simboli africani portano con sé una storia, mentre il design italiano mi insegna la precisione, il taglio, la ricerca. Il dialogo nasce dal rispetto per entrambe le identità.


Quando inizi a creare una nuova collezione, da dove parti: da un ricordo, da una storia personale o da un’ispirazione estetica?
Quasi sempre parto da una storia personale. Può essere un ricordo, un’emozione o un momento vissuto. Poi questa idea si trasforma in immagini, tessuti e forme. L’estetica arriva dopo, come conseguenza del messaggio che voglio trasmettere.
Oltre al tuo brand, hai fondato la Gambia International Fashion Week. Qual è la tua missione con questo progetto per i giovani designer africani?
La mia missione è creare opportunità. In Africa c’è un talento incredibile, ma spesso mancano le piattaforme per esprimerlo. Con la Gambia International Fashion Week voglio dare visibilità ai giovani designer, creare connessioni internazionali e dimostrare che la moda africana non è il futuro: è il presente.
Guardando alle tue collezioni, qual è quella che senti più rappresentativa della tua identità creativa?
Ogni collezione rappresenta una fase della mia vita, ma quelle più legate al concetto di viaggio e sopravvivenza sono sicuramente le più personali. Sono quelle in cui mi sono esposto di più, senza filtri, raccontando davvero chi sono.


Quali sono i tuoi prossimi obiettivi e che direzione immagini per il futuro di YOULTY e del tuo lavoro tra Africa ed Europa?
Voglio far crescere YOULTY a livello internazionale, mantenendo però sempre una forte connessione con le mie radici. Mi piacerebbe costruire un ponte concreto tra Africa ed Europa, non solo creativo ma anche produttivo. Il mio obiettivo è creare un sistema che valorizzi il talento africano e lo porti su una scena globale, senza perdere autenticità.



Rosa Mandy, designer di cappelli, conosce Ismaila dal mondo della moda e ha avuto l’onore di presentare una sfilata durante la seconda edizione della Gambia International Fashion Week.
Nutre un profondo rispetto per il duro lavoro che Ismaila ha dimostrato lì, e soprattutto per le sue origini. Il suo percorso, la sua determinazione e la sua visione sono davvero fonte di ispirazione.
Un momento particolarmente emozionante è stato quando una piccola barca di legno è stata portata sulla passerella, un simbolo potente del viaggio che ha affrontato per arrivare fin qui. È stato un momento che ha toccato profondamente, rendendo ancora più evidente quanto sia straordinario che sia riuscito a creare una sfilata così bella e significativa.
Rosa Mandy vede in Ismaila una crescita che non è solo personale, ma che può anche creare un ponte tra l’Africa e il resto del mondo della moda. Il suo unisce culture in modo puro e autentico.
Inoltre, le modelle del Gambia sono davvero meravigliose, esprimono forza, eleganza e una bellezza naturale sulla passerella.